Oggi parliamo di #selfie, di come la parola è diventata di uso quotidiano tanto che è stata definita “parola dell’anno 2013” dall’Oxford English Dictionary e di come un’analisi più approfondita del fenomeno faccia emergere un problema sociale a livello di relazioni, appartenenza e disagio.

Questo articolo inaugura la rubrica La finestra di Rossa, un piccolo oblò dal quale il nostro team osserva il mondo esterno, cerca di capirlo e di assorbirlo per farsi una sua idea dei nuovi trend e di tutto quello che crea interesse tra gli users online.

Non è un tabù che vivere negli anni del 2.0 rappresenti per certi versi molti vantaggi. Non esistono più i concetti di tempo e spazio come una volta: se voglio comunicare con l’amica in Cina non serve più scrivere lettere o fare telefonate costosissime della durata di due ore solo per chiedere come sta. Con WhatsApp o chi per lui, il tempo di schiacciare invia e il mio messaggio è già sul dispositivo del mio interlocutore, ovunque lui si trovi. Con Skype puoi cenare nella tua cucina e chiacchierare con tuo padre, anche lui a tavola ma negli Stati Uniti, vedere cosa mangia con la webcam e forse perché no, in un futuro sentire anche il profumo dell’hot dog che sta per gustarsi.

Quando si va a fare shopping, il tempo di scattare una foto e tutte le amiche possono dare consigli promosso/bocciato per quel paio di scarpe tanto agognato e convincerci a spendere meglio i nostri risparmi nell’instagrammata numero due. L’interazione non è mai stata così facile, veloce e immediata ma allora perché tanti criticano quarto tipo di comunicazione, al punto da definirla fredda e finta?

selfie-ragazza-orecchino-di-perlaLe #selfie dal canto loro, non sono un fenomeno nuovo. Al contrario, fin dall’età della pietra l’uomo ha avuto bisogno di rappresentarsi: forse le incisioni rupestri non erano molto vicine all’originale, ma con photoshop spesso capita anche ai giorni nostri di essere fuorviati dall’immagine e rimanere poi delusi quando si incontra il soggetto di persona. Artisti, regnanti, scrittori e chiunque se lo potesse permettere, ha avuto la voglia o la curiosità di avere un ritratto di sé, di vedersi rappresentato e avere l’attenzione puntata su di lui almeno il tempo di uno sguardo.

Questo costante bisogno di apparire, nascondere i difetti, cambiare i filtri e correggere ciò che si è ha due conseguenze: la prima è l’esasperazione del concetto di bellezza che ci viene imposto dalla cultura sociale del periodo nel quale viviamo - che ci vuole tutte magre, prosperose e con la pelle perfetta, senza pensare che a volte varrebbe la pena spendere qualche minuto a costruire il contenuto, più che restaurare il contenitore - e la seconda fa emergere il bisogno, quasi animalesco, delle persone di essere apprezzate, di ricevere conferme, anche a volte, a costo di risultare ridicoli, se non addirittura fuori luogo per certi scatti troppo provocatori o intimi.

Oltretutto, il pubblico di riferimento non si limita più alla città nella quale viviamo. Stiamo parlando del mondo intero, che è composto di gente che apprezza come di persone che hanno la critica facile e, prima di buttarsi a capofitto nella pubblicazione di un intero album di autoscatti, credo sarebbe meglio spenderci una riflessione. Oppure essere coscienti di avere una scorza dura e di saper reagire bene ai commenti maligni, perché ci saranno.

La #selfie che ci si scatta a Pisa davanti alla torre è innocua, ma quella della ragazzina in abiti succinti che viene istantaneamente pubblicata su Facebook non lo è più, perché lei probabilmente non è cosciente del fatto che quella foto non sarà mai più sua, bensì della comunità. Per sempre. Anche quando lei non ci sarà più e la sua momentanea voglia di fare colpo con l’ amichetto si tramuta in tragedia perché tutta la scuola, tempo un’ora dal fatidico "pubblica", l’avrà vista e la prenderà in giro. Il rischio è di non capire quando viene superato il limite.

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Qualche anno fa le, emoticons hanno in parte modificato il nostro modo di scrivere messaggi. All’ok abbiamo sostituito la faccina sorridente e a frasi come “oddio sono tristissima” una serie infinita di palline gialle con le lacrime agli occhi. Questo potrebbe essere, a mio parere, il futuro delle #selfie: uno strumento per far capire senza bisogno di parole come ci si sente o cosa si sta pensando di un certo argomento. Le immagini sono ancora più immediate delle parole scritte e, a volte, meno interpretabili. C’è un rischio minore di incappare in incomprensioni. Così come un video, per riassumere un concetto complicato, può essere più utile di una lunga mail con istruzioni noiose e complicate.

Le modalità con le quali si può comunicare sono in evoluzione, cambiano di giorno in giorno dando sempre di più l’opportunità al singolo di esprimersi e di emergere come meglio crede. Forse, per cogliere al meglio questa opportunità, sarebbe opportuno stilare una sorta di Bon Ton da far sottoscrivere a tutti i siti internet e ai vari distributori di contenuti social, per contenere i gradi di umiliazione a lungo termine che certe persone sono disposte a sopportare pur di sentirsi al centro dell’attenzione per qualche secondo. O forse, peggio, è un problema ben più grande, che riguarda la società e il modo in cui essa veicola il messaggio di cosa sia giusto o meno fare. Fino a che punto la nostra morale ci concede di arrivare, prima di svenderci del tutto? Stiamo attenti, il punto di non ritorno è dietro l’angolo.

Classe 1971 (e basterebbe questo). Co-founder di Rossa, pioniera del design thinking in Italia, esperta di vini e in particolare Champagne (praticante soprattutto per ragioni professionali). Avrebbe preferito nascere nella New York degli anni '50, aspirante Mad Man, ma si trova molto bene anche dove sta.